13/06/2026
La mattina del 6 febbraio 1945, nel cimitero di Piacenza, il brigadiere dei Carabinieri Alberto Araldi si trovò davanti a un plotone di esecuzione.
Aveva 33 anni.
Nato a Ziano Piacentino nel 1912, aveva scelto la carriera nell’Arma dei Carabinieri, vivendo la divisa come un servizio verso lo Stato e la comunità.
Dopo l’8 settembre 1943, quando l’Italia si ritrovò divisa e occupata, prese una decisione che avrebbe cambiato il resto della sua vita. Entrò nella Resistenza e assunse il nome di battaglia “Paolo”.
Operava nel territorio piacentino, collaborando con le formazioni partigiane. Recuperava armi, manteneva collegamenti tra i gruppi e partecipava all’organizzazione delle attività clandestine in una zona dove il rischio di arresto era costante.
Fu proprio una delazione a porre fine alla sua libertà.
Catturato durante la preparazione di un’azione, venne interrogato e condannato a morte dalle autorità fasciste. In quei mesi finali della guerra, le esecuzioni erano rapide e spesso senza possibilità di difesa.
Il 6 febbraio fu condotto al cimitero di Piacenza per essere fucilato.
Secondo le testimonianze dell’epoca, affrontò gli ultimi istanti senza arretrare. Poco prima che venisse eseguita la condanna, pronunciò ad alta voce le parole:
«Viva l’Italia».
Furono le sue ultime.
Pochi mesi dopo sarebbe arrivata la Liberazione, ma Alberto Araldi non poté vederla.
Nel dopoguerra, per il coraggio dimostrato durante la lotta di Resistenza, gli venne conferita la Medaglia d’Oro al Valor Militare alla memoria.
Non lasciò libri, discorsi o memorie.
Rimase il ricordo di un carabiniere che, nel momento più difficile, scelse di restare fedele alle proprie convinzioni fino alla fine.
E di due parole che continuano a essere ricordate ancora oggi.