La Frutta di Massimo e Roberta

La Frutta di Massimo e Roberta La Frutta di Massimo e Roberta ti aspetta all'esterno del Mercato di Sant'Ambrogio. Da noi puoi trov

02/06/2026
01/06/2026
01/06/2026
28/05/2026

Rompere un mandato
4 volte campionessa Slam. Ex numero 1 al mondo. Una delle atlete più importanti. Ha cambiato il modo di parlare di salute mentale nello sport. Naomi Osaka ha già dimostrato il suo valore più volte di quanto la maggior parte di noi potrà mai fare. Eppure:
“Vai in passerella”, “Questo non è il Met Gala”, “Che pagliacciata”, “Concentrati sul tennis”.
Serena (Williams) l’aveva già fatto. E anche su di lei gli stessi commenti.
Il fatto che Naomi Osaka si mostri così, gonna di tulle nera e completo luccicante, non la rende meno disciplinata o meno eccezionale a tennis.
Ci si aspetta che le donne si adeguino per essere rispettate. Che si moderino. Vestirsi in modo più semplice. Non essere “troppo”.
Soprattutto negli ambienti dominati dagli uomini, le donne spesso sentono di dover rinunciare a tutto ciò che potrebbe minare la loro credibilità. Ed è per questo che Naomi Osaka sembra così dirompente.
Perché non si ridimensiona. Non cerca di apparire “seria” per guadagnarsi legittimità. Non mette in scena un comportamento professionale accettabile nel modo in cui le donne di solito ci si aspetta.
In sostanza sta dicendo “Posso occupare spazio. Ed essere comunque fenomenale in quello che faccio”.
Il mondo è ancora a disagio con le donne che rifiutano il compromesso.
Le donne sono spesso considerate potenti solo se sono disposte a diventare versioni di se più piccole, silenziose e meno visibili.
E Naomi Osaka si rifiuta di farlo.
E forse il futuro della femminilità sarà proprio così: donne che non si sentiranno più costrette a scegliere tra essere rispettate ed essere pienamente sé. Qualunque cosa voglia dire quel “sé”.
(Con le parole di Gianna Maz)

27/05/2026

Una notte sola, e un colosso sparisce.

Eppure bastava per far saltare via un pezzo di Italia.

Mercatone Uno non era solo un negozio. Era quel posto enorme dove entravi per “dare un’occhiata” e dopo dieci minuti ti ritrovavi a parlare di divani, cucine, camere da letto, cassetti, lampade e sconti come se stessimo scegliendo un futuro nuovo di zecca.

Per tanti era l’IKEA italiana. Non perché fosse identica, ma perché dava la stessa sensazione: spazi larghi, corsie infinite, gente che girava con calma, famiglie intere nel weekend, il classico giro che nasceva da un bisogno e finiva in un acquisto più grosso del previsto.

Era un modo di comprare molto italiano. Prima si guardava, poi si misurava con gli occhi, poi si faceva il conto mentale, poi si diceva “vediamo ancora un attimo”, e alla fine qualcuno cedeva. Spesso il padre. Spesso la madre. Spesso entrambi, con quella faccia da “vabbè, ormai siamo qui”.

Poi, all’improvviso, il buio.

Non un declino elegante. Non una lenta uscita di scena. Per molti è sembrato proprio uno strappo. Una notte e via.

E la botta era grossa, perché qui non parliamo di una bottega di quartiere. Parliamo di una catena enorme: 90 negozi e più di 6.000 dipendenti. Dietro quei numeri non c’erano solo scaffali e corsie. C’erano stipendi, turni, famiglie, mutui, figli da mandare avanti, persone che il giorno prima si sentivano dentro a un sistema solido e il giorno dopo si sono ritrovate a guardare una serranda come se non fosse possibile.

È questo che fa male davvero quando cade un marchio così. Non perdi solo un’insegna. Perdi un’abitudine. Perdi un posto dove andavi per arredare la prima casa, cambiare il tavolo della cucina, scegliere un letto, sistemare il bagno senza sentirti subito povero. Perdi anche il rito del sabato pomeriggio, quello fatto di giri lunghi, parcheggi pieni, volantini piegati in tasca e discussioni familiari che sembravano piccole ma, in realtà, tenevano insieme pezzi di vita.

Mercatone Uno prometteva una cosa semplice: portare a casa tanto, spendendo il giusto. Per anni ha funzionato proprio per questo. Era un nome facile da ricordare, un nome che dava l’idea di grandezza e convenienza insieme. E quando un nome così sparisce, non resta solo il vuoto commerciale. Resta un vuoto nella memoria.

Perché chi ha una certa età lo sa: certi negozi non sono mai soltanto negozi. Sono stagioni. Sono trasferte in macchina. Sono figli che si annoiano tra un reparto e l’altro. Sono frasi dette a voce bassa davanti a un prezzo. Sono domeniche con i sacchetti sul sedile dietro.

E non è nemmeno una storia isolata. In Italia, tra il 2012 e il 2025, sono spariti 156mila punti vendita del commercio al dettaglio e ambulante. Un numero enorme. Uno di quelli che ti fa capire che non stanno cambiando solo i negozi: sta cambiando il modo in cui viviamo le città, le strade, i quartieri.

Ecco perché questa storia resta addosso.

Perché parla di un’Italia che credeva nei negozi grandi, nei parcheggi pieni, nelle cose da sistemare in casa con calma. E poi si è ritrovata davanti a una serranda abbassata.

Di quelle che non dimentichi.

💁‍♂️ Quel che non sapevi, in breve
👉 Mercatone Uno aveva 90 negozi
👉 Mercatone Uno dava lavoro a più di 6.000 persone
👉 Il marchio è sparito in una sola notte
👉 Tra 2012 e 2025 sono spariti 156mila punti vendita in Italia
📚 Fonti: youtube, sky, unione

27/05/2026
26/05/2026

● DELLE DONNE, CHE PARLANO MOLTO, NON SI PUÒ FARE BUON GIUDIZIO (da "I donneschi difetti", Giuseppe Passi, 1599).

2026: le donne che parlano sono ancora sgradite. E vanno ridotte al silenzio: con ogni mezzo.

Va ridotta al silenzio chi denuncia uno stupro: offrendole dei soldi per ritirare la denuncia. Così, se accetta, si potrà pure umiliarla di nuovo vantandosi "vedete? Voleva solo i soldi". Quando invece succede che alcune accettino solo perché terrorizzate dall'idea di doversi sottoporre ad interrogatori in cui avvocati ben pagati chiederanno loro: "Ha provato piacere?". Che è un altro mezzo per ridurre al silenzio.

Zitta, dovevi stare zitta, lo capisci adesso? Perché in ogni caso ne uscirai perdente: in un modo o nell'altro te lo si farà pagare, il tuo aver parlato.

Va ridotta al silenzio chi reagisce agli insulti, le angherie ed il malcostume in generale. Un uomo che risponde a tono a chi lo supera in coda alla Posta, che esprime il suo disgusto per chi gli soffia il posto da ricercatore vinto per concorso, che dice chiaramente cosa pensa a chi lo ha tradito ed ingannato, quell'uomo lo si applaude, lo si loda. Gli si dice "bravo, sei stato anche fin troppo gentile" quando non ha usato le mani o ucciso: cosa che comunque da lui ci si aspetta con indulgenza ed una netta propensione a comprenderne le ragioni.

Ad una donna, invece, appena solo alza la voce, si rimprovera di essere "poco elegante". Non si fa, che modi, una signora non lo fa. Devi essere graziosa, innocua ed inutile come un soprammobile di Versailles, non puoi dettare regole né pretenderne il rispetto. Insomma zitta, devi stare zitta, lo capisci adesso?

Quella dell'eleganza è una scusa, ma funziona ancora benissimo.
Così come quella di: "Pensa ai tuoi figli". Pensaci, non reagire. Stai zitta. Che "non si sa mai chi incontri". E tu "sei una donna, ricordatelo, mica un uomo". Insomma è più probabile che qualcuno pensi di risolverla accoltelland...ti.

Va ridotta al silenzio chi esercita il diritto di critica, smaschera truffatori o semplici furbetti che tirano a campare: va ridotta al silenzio con diffamazioni, bugie, insulti. Tutti in chiave fallocentrica.

Va inondata di battute sulla sua avvenenza, la sua vita sessuale, il suo livello di lubrificazione. Va minacciata con ogni mezzo: di ritorsioni lavorative, di intrusioni nel suo privato, fino agli affetti più cari.

Sei "visionaria, malata, imbarazzante". Hai "deluso".
Il concetto è: "Come hai osato tu, misera donnetta, buttarti in questo mondo social di uomini da niente che si credono furbi? Zitta, devi stare zitta: quand'anche fosse che i fatti ti diano ragione, tienitelo per te. Guai se parli: ti perseguiterò fino all'ultimo giorno della tua vita".

Vai bene solo se stai zitta: se, zitta, pari le terga pure a quelli che si dipingono onesti ma poi fanno le raccolte fondi oscure, copiano i post, si spacciano per attori e giornalisti.

Hai capito? Zitta.

Che non sei elegante.
*
L'Opinionista Scalza detta La Scalza

25/05/2026

A Firenze trovi tutto.
Souvenir.
Gelati.
Menù turistici.
Tour guidati.
Calamite.
Spritz.
File infinite.
Poi ti serve una cosa normalissima: un bagno pubblico.
E lì parte la missione.
In una città attraversata ogni giorno da residenti, studenti, lavoratori, pendolari e turisti, i servizi essenziali sembrano ancora un lusso.
Come se bastasse il panorama a risolvere tutto.
Ma una città non deve solo essere bella da fotografare.
Deve anche funzionare.
Perché se milioni di persone passano da Firenze ogni anno, forse avere bagni pubblici decenti e trovabili non sarebbe proprio una pretesa rivoluzionaria.
Firenze patrimonio dell’umanità.
Bagni pubblici patrimonio della fantasia.

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Indirizzo

Piazza Lorenzo Ghiberti
Florence
50122

Orario di apertura

Lunedì 07:00 - 14:00
Martedì 07:00 - 14:00
Mercoledì 07:00 - 14:00
Giovedì 07:00 - 14:00
Venerdì 07:00 - 14:00
Sabato 07:00 - 14:00

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