03/05/2025
Glifosato: storia di un erbicida al centro del dibattito globale
Nel 1974, la multinazionale statunitense Monsanto lanciava sul mercato un nuovo erbicida: il glifosato, principio attivo del famoso Roundup. Promosso come efficace e “sicuro”, il glifosato è presto diventato uno degli erbicidi più utilizzati al mondo. Agisce bloccando un enzima essenziale per la crescita delle piante: efficace, sì, ma non selettivo — e capace di contaminare suoli, acque e insetti.
Con l’avvento degli OGM negli anni ’90, la diffusione del glifosato esplode: Monsanto sviluppa colture geneticamente modificate resistenti all’erbicida, spingendone l’uso intensivo su scala globale. Ma più aumentavano i campi trattati, più crescevano i dubbi.
Nel 2015, l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC) dell’OMS ha classificato il glifosato come “probabilmente cancerogeno per l’uomo”. Da allora, è stato oggetto di numerose cause legali, studi scientifici e accesi scontri tra lobby agrochimiche e associazioni ambientaliste.
Nel 2018, Bayer acquisisce Monsanto per oltre 60 miliardi di dollari. Una mossa costosa, seguita da migliaia di cause intentate da cittadini e agricoltori che hanno collegato l’uso del glifosato a problemi di salute, come il linfoma non-Hodgkin.
E gli impollinatori? Anche le api sono esposte agli effetti subdoli del glifosato: alterazione del microbiota intestinale, disorientamento, indebolimento immunitario. Elementi che, sommati ad altri fattori di stress, compromettono la loro sopravvivenza.
Oggi il glifosato è al centro di un acceso dibattito europeo. Mentre alcuni Paesi ne vietano o limitano l’uso, altri ne prorogano l’autorizzazione. Ma la domanda resta: possiamo davvero permetterci un’agricoltura che uccide tutto, tranne il profitto?