18/07/2019
Avere successo, essere richiesti e apprezzati comporta sempre qualche controindicazione: succede alle persone e succede anche ai vini. Il Prosecco ha fortuna in tutto in il mondo, ed è quindi abbastanza ovvio che produttori di ogni dove cerchino di ritagliarsi grazie ad esso un posto al sole dei mercati mondiali. Da anni l'Australia cerca di commercializzare con il nome "Prosecco" i suoi vini a base glera anche in Europa, e finora non c'era mai riuscita. Nel 2009 infatti il nome "Prosecco" era stato riconosciuto come indicazione geografica, in virtù della grande denominazione d'origine controllata omonima veneto-friulana e del fatto che esiste una cittadina poco fuori Trieste che si chiama proprio così. Prima di allora però, nel 1994, la stessa Unione Europea aveva stabilito in un accordo con l'Australia che il vino Prosecco veniva fatto con l'uva omonima, solo in seguito ribattezzata con l'antico nome di glera. Ora proprio gli australiani tornano alla carica: secondo i ricercatori della facoltà di legge dell'Università di Monash, esistono documenti storici del 18 secolo che attestano fin da allora, e forse anche da molto prima, l'uso della parola "prosecco" per indicare l'uva, e non una località. Impedire ai produttori australiani di chiamare "Prosecco" e di vendere come tale un vino fatto con glera sarebbe pertanto una violazione delle regole del WTO sulla etichettatura e la proprietà intellettuale. Se non si trattasse di un prodotto di ampio successo, probabilmente la querelle tra Europa e Australia si sarebbe già risolta: ma poichè stiamo parlando di un vino con un export di 60 milioni di dollari l'anno, e una previsione di arrivare a 500 milioni nella prossima decade, si capisce come tutti siano molto interessati a trovare una soluzione che non danneggi troppo nessuno...