29/06/2025
UN GIORNO L’HO POSATA… E NON L’HO MAI PIÙ RIPRESA IN BRACCIO.
L’ho tenuta in braccio mille volte,
senza contarle mai.
Come si fa con le cose naturali:
respirare, amare, proteggere.
L’ho tenuta quando inciampava nel mondo,
con le ginocchia sbucciate e le lacrime impastate al fango.
L’ho stretta quando rideva forte,
per nulla, per tutto.
L’ho tenuta mentre dormiva sfinita,
il respiro che si arrendeva al mio petto,
i capelli caldi sulla pelle,
e quelle ciglia lunghe che sembravano ali chiuse.
Era così piccola…
non vedeva ancora il mondo che io già conoscevo.
Per lei, le mie braccia erano universo,
confine, certezza.
E poi, un giorno qualunque,
l’ho posata.
Per allacciarmi una scarpa, forse.
Perché pesava un po’ di più.
Perché iniziava a camminare meglio.
E le ho detto: “Vai, amore. Io sono qui, dietro di te.”
Lei ha fatto un passo.
Poi un altro.
E io non sapevo – non potevo sapere –
che quella sarebbe stata l’ultima volta.
Poi è arrivata la scuola,
gli zaini più grandi di lei,
i “ce la faccio da sola”,
i “non voglio che mi guardino”.
Sono arrivati gli occhi fermi dell’adolescenza,
le parole trattenute,
le stanze chiuse.
Un giorno ho capito che riusciva già a vedere oltre.
Non aveva più bisogno delle mie spalle per arrivare in alto.
Non chiedeva più “Mamma, prendimi in braccio”.
Ogni tanto torna,
con un dolore da raccontare,
con qualcosa che le pesa sul cuore.
Mi stringe forte, come se si ricordasse all’improvviso…
di quanto le mie braccia fossero casa.
Ma non la sollevo più.
Ora è lei che, con un sorriso,
mi tiene in piedi.
È lei che mi sorregge,
con la sua forza,
con tutto quello che è diventata.
Un giorno l’ho posata.
E senza saperlo, era l’ultima volta.
La vita insegna che le braccia si stancano,
ma l’anima no.
Lì, in quell’angolo nascosto del mio essere,
lei potrà sempre tornare.
Perché non serve più tenerla in braccio.
Ora la porto nel cuore.
E lì resterà.
Per sempre.